Prefazione di Giuseppe Doneddu
Quest’anno ricorre, come si sa, il duecentesimo anniversario della scomparsa di Giovanni Maria Angioy, una delle figure di maggior rilievo della storia sarda per il ruolo ricoperto nel periodo della rivolta antifeudale di fine Settecento. Naturalmente, come già in occasione delle precedenti ricorrenze legate al periodo rivoluzionario francese, tale anniversario offre l’occasione per proporre una serie di dibattiti, convegni e pubblicazioni non solo su questo personaggio tanto con-troverso, ma anche sui fatti ed sugli altri attori di un periodo considerato cruciale per la storia della Sardegna. In un campo minato in cui gli storici di professione fanno ovviamente la parte del leone apportando contributi che peraltro non sempre brillano per originalità, taluni ricercatori non paludati offrono anch’essi il loro apporto costruttivo.
E’ il caso di Gianni Vulpes che, a otto anni di distanza dal suo precedente lavoro su I signori del feudo d’Ittiri e Uri, propone una nuova pubblicazione che vede ancora Ittiri al centro dei suoi interessi. In realtà questo suo contributo sarebbe comunque dovuto “uscire” a prescindere da ricorrenze più o meno importanti. La mole di documentazione accumulata nei lunghi anni trascorsi alla ricerca di fonti riguardanti la storia del suo paese era talmente ampia che sarebbe stato un vero peccato non renderla pubblica. Del resto l’idea di completamento della ricerca a suo tempo iniziata era stata resa esplicita già nel precedente volume che, di fatto, oggi si può dirlo chiaramente, costituiva la prima parte di un lavoro che in questa occasione viene completato in maniera estremamente coerente.
Vale la pena, anzittutto, evidenziare la particolare struttura dell’opera che appare congegnata non secondo i canoni tradizionali di un testo unitario, ma che tende piuttosto a sviluppare il suo discorso, in maniera del tutto originale, con il modulo che più è congeniale all’autore. Socio fondatore del Centro Sardo di studi genealogici egli tende a utilizzare al massimo questo suo interesse primario, attraverso la proposizione di vicende che coprono circa duecento anni di storia e che ruotano intorno ai personaggi di una importante famiglia ittirese, quella dei Serra. La ricostruzione della genealogia di tale famiglia, a partire dal suo primo insediamento a Ittiri, appare dunque l’occasione per ripercorrere le vicende della comunità di appartenenza che spesso si intrecciano con quelle della patria sarda, in un crescendo che raggiunge il culmine proprio in occasione degli avvenimenti dell’ultimo Settecento.
Il volume appare dunque suddiviso in due parti fondamentali: la prima è dedicata ai Serra che l’autore pone al centro degli avvenimenti narrati; la seconda contiene cinquantasei documenti in massima parte inediti, selezionati tra le centinaia raccolti e ritenuti maggiormente significativi per evidenziare le vicende che si sviluppano tra secondo Settecento e primo Ottocento. Il nesso tra le due parti appare evidente quando si osserva la Storia e la Genealogia dei Serra: questa parte appare composta da ventidue “profili” dedicati ai componenti della famiglia in questione. Ciascuno di essi contiene, con una ricostruzione meticolosa, le vicende fondamentali del singolo personaggio di cui si pongono in rilievo gli intrecci parentali, l’ascendenza e l’eventuale discendenza, ma anche tutti quei fatti in cui viene coinvolto, che vale la pena ricordare nell’ambito della storia locale e regionale. Appare dunque nel complesso un affresco composito e di notevole spessore, sempre accuratamente documentato con precisi rimandi sia alla seconda parte del volume, sia alle note a piè di pagina che a loro volta costituiscono occasione per l’introduzione di nuove interessanti e talvolta vastissime puntualizzazioni. Anche in quest’ultimo caso le vicende storiche narrate sono corroborate spesso dalla presentazione di ulteriori documenti, in particolare i fondamentali testamenti ed inventari post mortem tratti dal notarile che permettono ancora altri approfondimenti. Insieme alla vasta bibliografia citata al termine del testo (che rappresenta peraltro solo una parte delle opere consultate), l’elenco degli archivi da cui la documentazione è tratta mostra la metodicità e l’attenzione con cui la ricerca è stata sviluppata: a fianco dei canonici archivi di Cagliari, Sassari, Torino e Barcellona, va ricordata la documentazione proveniente dai due archivi diocesani di Cagliari e Sassari e dalle biblioteche universitaria e comunale di quest’ultima città. Non va infine sottaciuto, ma anzi evidenziato, l’apporto offerto dall’Archivio storico dell’Ordi-ne Mauriziano di Torino e dall’Archivio Guillot di Alghero. Infine occorre porre all’attenzione, come peraltro ricorda lo stesso autore, l’importanza degli archivi minori per la ricostruzione della storia non solo locale. La colpevole trascuratezza in cui sino ai giorni nostri le fonti archivistiche sono state tenute e spesso distrutte ha purtroppo portato danni irreparabili alla nostra memoria storica, per cui è fondamentale vagliare attentamente, segnalare e preservare quella parte seppur minima del patrimonio documentale giunto sino a noi.
In conclusione, ciò che maggiormente colpisce e lascia favorevolmente impres-sionato il ricercatore di professione in questa opera è proprio il certosino lavoro di scavo e di elaborazione delle fonti che non proietta ombre su nessuno degli argomenti trattati e permette anzi ripetutamente di correggere e/o integrare precedenti interventi di vari autori che si sono lasciati andare in maniera troppo disinvolta a interpretazioni non supportate da valide basi scientifiche. Un lavoro dunque da elogiare senza condizioni che finisce per configurarsi come una miniera di notizie di grande interesse offerte in maniera ampia e disinteressata sia ai cultori della materia che hanno aggio di verificarle, approfondirle, trarne spunti per nuove ricerche, sia al più vasto pubblico maggiormente interessato alla semplice conoscenza di alcune vicende della storia patria e delle genealogie familiari.
In appendice al volume stanno, forse non totalmente in linea con il piano dell’opera, ma sicuramente coerenti con la tipologia dello studio e gli inten-dimenti dell’autore, interessanti indicazioni sui parroci di Ittiri e su alcuni personaggi che hanno illustrato il paese, si vedano per tutti i riferimenti alla famiglia Frasso. Si tratta di un ulteriore apporto alla storia locale che va letto, co-me peraltro le puntualizzazioni, pur talvolta dure, contenute nelle “Considerazio-ni finali”, come un sincero e disinteressato contributo che in ultima analisi è un atto d’amore verso la piccola patria in cui il Vulpes si riconosce totalmente e di cui è perdutamente innamorato.
Ricordavo inizialmente il nesso che unisce questo lavoro al precedente e come le due opere rappresentino parti di un contributo da valutare unitariamente. Il precedente lavoro evidenzia infatti l’evoluzione della geografia feudale nel territorio attraverso l’esame delle genealogie nobiliari, sino all’evizione del Feudalesimo, ma con particolare riferimento ai diversi passaggi che portano i Ledà, nel corso del secolo XVIII, all’infeudazione peraltro contrastata ed allo scontro con i vassalli che raggiunge spesso momenti di alta drammaticità.
Il volume presente ripercorre per molti versi lo stesso cammino nei medesimi luoghi, a partire dal primo Seicento, ponendo tuttavia l’attenzione soprattutto sulla vicenda di quella classe sociale che fu antagonista acerrima dell’aristocrazia feudale nei momenti più virulenti della rivolta. Una vicenda che si sviluppa non soltanto ad Ittiri, ma che a Ittiri, vista la presenza concomitante di vari fattori determinanti, assume un valore emblematico che serve alla comprensione di fatti analoghi consumatisi in altre ville del Logudoro.
Anzittutto le origini della “borghesia” rurale che nel corso dell’età moderna, grazie a varie circostanze favorevoli, riesce ad ottenere un titolo nobiliare che la pone ad un gradino elevato della scala sociale. Soprattutto le permette di acquisire diritti che, insieme alla disponibilità di risorse economiche consistenti, la mette in condizioni di competere con gli stessi feudatari nella gestione del territorio. Quello qui evidenziato dall’autore, è uno dei casi tipici di questa vicenda: come spesso accade nella età moderna la presenza in un nucleo familiare relativamente agiato di un ecclesiastico che acquisisce la titolarità di una parrocchia in un villaggio infeudato, permette ad altri esponenti dello stesso nucleo familiare di sistemarsi adeguatamente sfruttando al massimo i privilegi di cui l’ecclesiastico stesso gode. Per quanto concerne in particolare la famiglia Serra, essa compare per la prima volta ad Ittiri con un parroco proveniente da Sassari. E’ lui ad inaugurare il percorso che porta in breve tempo alcuni suoi congiunti a trasferirsi dalla capitale del Logudoro nel vicino centro del Coros. Anche in questo caso si tratta di una vicenda che ha numerosi riscontri in varie parti della regione e che trova spesso puntuali riferimenti in atti ufficiali che emergono dagli archivi. La consistente presenza di cittadini nelle ville infeudate è spesso segnalata nel Seicento come elemento di perturbazione perché tali cittadini, che godono in partenza di uno status privilegiato rispetto ai vassalli infeudati e non sono soggetti alla giurisdizione baronale, si oppongono alla tassazione dei loro beni richiesta dal fiscalismo feudale e riescono spesso a sottrarsi con vari accorgimenti agli stessi tributi cittadini. Si tratta dunque di una situazione che, seppure in maniera ancora modesta, inizia a porre in discussione l’egemonia feudale sino ad allora assoluta. La presenza di uno status privilegiato evita dunque la consegna al feudatario del surplus agro-pastorale annualmente accumulato. L’ecclesiastico titolare della parrocchia a sua volta gode di analoghi privilegi personali e fiscali ed arricchisce il proprio patrimonio dirottando spesso nelle sue casse parte dei frutti delle decime e gli altri introiti versati dai fedeli alla Chiesa. Non deve dunque stupire se, contrariamente a quello che si dice sulla poca mobilità e sulla povertà del mercato della terra in Sardegna, gli inventari notarili evidenziano talora tra gli esponenti di questo ceto, vastissimi patrimoni fondiari ulteriormente arricchiti da operazioni di varia natura. Quando poi la considerazione dellostatus acquisito si unisce alle potenzialità economiche, il passo successivo è quello della richiesta di un titolo nobiliare.
Come si sa non solo l’Europa spagnola nel corso dell’età moderna è pervasa dalla frenetica corsa al titolo nobiliare; ma soprattutto in alcune parti dell’Europa mediterranea, e la Sardegna è una di queste, l’elevazione nella scala sociale passa ineluttabilmente attraverso l’acquisizione di tale titolo. Quando questo accade, come accade nel nostro caso ai Serra, la miscela finisce per diventare progres-sivamente esplosiva. I contrasti con i feudatari aumentano, soprattutto se si ha la possibilità di conoscere i feudatari stessi di persona e di rendersi conto che la loro forza si regge soltanto sulla rapina della rendita agraria che si tende ad accentuare attraverso la falsificazione di documenti o la pressione esercitata da amministratori rapaci. Meccanismi peraltro che la piccola nobiltà non feudale ben conosce per aver non di rado svolto operazioni similari a beneficio dei titolari dei feudi (e proprio).
Ma per tornare ai Serra, la documentazione d’archivio mostra in maniera inequivocabile come l’importanza economica e sociale di questa famiglia cresca progressivamente tra Seicento e Settecento, grazie ad una serie di mosse particolarmente accorte: anzittutto la politica matrimoniale che li spinge a matrimoni incrociati con esponenti di altre famiglie della piccola nobiltà e della proprietà terriera. Il Vulpes ricostruisce perfettamente tutti gli intrecci parentali e le alleanze matrimoniali e patrimoniali che si dipanano in maniera estremamente oculata tra Ittiri e numerosi paesi del Logudoro e che forniscono anche le basi per alleanze indistruttibili che tornano utili nel momento del bisogno. I progressivi “irrobustimenti” del patrimonio portano ad altri investimenti oculati: il titolo nobiliare, anzittutto, e poi, oltre le doti sacerdotali, la prestigiosa cappellania per i discendenti che intraprendono la via del sacerdozio; infine l’ambita Commenda che pone la famiglia in rapporto diretto con il sovrano, scavalcando definiti-vamente l’odiato feudatario. Ma un altro fatto appare evidente: gli esponenti di questo nucleo familiare non operano solo ed esclusivamente a Ittiri dove pure in parte continuano a risiedere, e spesso comunque ritornano nei loro grandi dominari, fatti di numerose abitazioni collegate tra loro e servite non di rado da una trentina di stanze, da corral e stalle per il bestiame domestico e da magazzini e cantine dove conservano la loro rendita agro-pastorale,che insieme ai prestiti elargiti sotto forma di censi, costituiscono la base della loro fortuna. Come viene evidenziato molto chiaramente alcuni esponenti della famiglia si spostano soprattutto verso le due città di riferimento, Sassari ed Alghero, ed anche in questi casi si muovono molto bene nei meandri delle relazioni sociali che intessono sia con esponenti dei ceti emergenti legati alle libere professioni, sia, in taluni casi, persino con rappresentanti della tanto vituperata nobiltà feudale. Non di rado ottengono importanti incarichi di provvisione regia e raggiungono apprezzabili posizioni nell’ambito della gerarchia ecclesiastica.
Questo lungo viaggio attraverso la storia e l’ascesa sociale, naturalmente, non è immune da pericoli, soprattutto quando si entra in conflitto aperto con esponenti dell’aristocrazia feudale che a loro volta non vogliono perdere la posizione egemone acquisita e conducono comunque spesso con arroganza e violenza il confronto con ceti da loro ritenuti inferiori.
Lo scontro non si esaurisce in una fiammata rivoluzionaria di breve durata, ma si sviluppa piuttosto endemicamente in vari periodi che durano complessivamente circa un quarantennio. L’opposizione al feudatario viene iniziata da alcuni esponenti delle famiglie della nobiltà locale e poi spesso continuata dai loro successori. La prima fase di questo scontro talora strisciantee spesso dirompente, che si combatte senza esclusione di colpi nelle campagne e nelle aule dei tribunali, abbraccia il periodo boginiano e pare inizialmente risolversi in favore degli Ittiresi. I Ledà non sono ancora saldamente titolari del feudo e si vedono contestare numerose irregolarità nella gestione fiscale e giudiziaria del territorio.Come accade non di rado in quel periodo i funzionari governativi inviati per verificare i contenziosi aperti, prendono posizione in favore dei vassalli che proprio ad Ittiri progettano di liberarsi dalla casa Ledà e dal sistema feudale offrendo la somma occorrente per acquistare la libertà. Questa fase, che dura fino alla fine degli anni Sessanta e si conclude con l’avvento al trono di Vittorio Amedeo III ed il licenziamento del Bogino, viene seguita da una nuova fase che si sviluppa a partire dalla fine degli anni Ottanta. Non solo le pretese del nuovo feudatario sono sempre più esose, ma i suoi fratelli portano il loro bestiame a pascolare nei terreni del villaggio causando agli Ittiresi danni rilevanti. Il confronto riprende dunque con particolare virulenza e vede schierati da un lato gli scherani del conte e dall’altro i nobili e i principali appoggiati dai loro aderenti. Qui sono da evidenziare il processo al cavaliere Diez accusato di aver oltraggiato il feudatario ed incitato i vassalli a non consegnare i tributi, e le dure e ripetute prese di posizione del consiglio comunitativo contro i Ledà, con la formazione inoltre di un nutrito corpo di barracelli in parte composto e comunque controllato dagli stessi nobili con il compito di vegliare manu armata su eventuali invasioni di pascolo da parte del bestiame dei Ledà. La terza fase è quella della rivolta su cui non è qui il caso di soffermarsi, mentre l’ultima è quella della normalizzazione postrivoluzionaria, in cui il consiglio comunitativo di Ittiri continua tuttavia sino al primo Ottocento ad opporsi duramente alle richieste del feudatario.
Lo scontro è dunque senza esclusione di colpi ed anche in questo caso la docu-mentazione proposta dal Vulpes evidenzia un fatto importante: come nel villaggio si fronteggino due partiti contrapposti rappresentati dai vassalli legati rispettivamente ai nobili/principali e ai feudatari. Le opportunità di lavoro offerte dalle terre e dagli armenti dei Serra e dei loro fautori; i prestiti elargiti e le promesse di liberazione dai tributi feudali fanno presa su una parte consistente della popolazioni. D’altra parte le pressioni, ma anche le analoghe possibilità offerte dai Ledà, fanno si che la popolazione si divida in due partiti, come è desumibile in particolare dai processi accesi prima e dopo la rivolta nei confronti dei nobili. Qui e in alcune lettere e relazioni che riferiscono gli avvenimenti cruciali del periodo appaiono in piena luce le drammatiche vicende che interessano Ittiri e il Logudoro.
La conclusione della rivolta antifeudale e le traversie di cui restano vittima alcuni esponenti della famiglia Serra che più si espongono nella lotta, sono paradigma-tici di situazioni in cui, in un periodo che è ancora di scontro aperto, vengono coinvolti alcuni rivoltosi che peraltro talora non fanno mistero della loro fede repubblicana. L’accanita istruttoria nei confronti dei Serra, in particolare, pubblicato nella sua interezza, permette di seguire giorno per giorno la vicenda processuale condotta sotto la regia del giudice Valentino in maniera spietata. Del resto i Serra, per la loro posizione sociale e per le idee professate insieme all’amicizia notoria per l’Angioy devono essere puniti esemplarmente perché servano da monito. La costruzione delle prove testimoniali a carico, impegna severamente l’accusa di un procedimento condotto in via economica da un tribunale composto da giudici nominati direttamente dal vicerè. Testimoni difficili da trovare sia per la notorietà dei personaggi implicati, sia per la paura di ritorsioni, ma testimoni che alla fine si presentano apparendo anch’essi chiaramente coinvolti nello scontro in favore del partito feudale. Superate le perturbazioni del primo Ottocento l’alleanza tra i principali, nobili, parroci logudoresi e la massa di manovra offerta dal mondo agro-pastorale va in frantumi e i proprietari fondiari e la nobiltà non feudale che ha guidato la rivolta, finisce per inserirsi senza eccessivi problemi all’interno del progetto che li vede parte rilevante di sostegno allo stato burocratico-conservatore che si sviluppa progressivamente durante la Restaurazione.
In conclusione pare opportuno evidenziare che la documentazione raccolta conferma in maniera brillante le interpretazioni varie volte avanzate sulle origini e sull’ascesa sociale dei ceti impegnati nella rivolta, sulla loro consistenza patrimoniale e sugli stretti rapporti parentali tra essi spesso intercorrenti nell’area vasta del Logudoro. Precisa anche le motivazioni lontane e recenti della rivolta, ma anche la relazione esistente tra le due parti in lotta e le masse contadine che partecipano agli avvenimenti in questione.
Un volume, dunque, che vale la pena di leggere con attenzione e di tenere sempre a portata di mano per la ricchezza di notizie e di spunti in esso contenuti.
Giuseppe Doneddu